Davide Berardino http://www.davideberardino.it Davide Berardino it Internet a Cuba http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/internet-a-cuba Con il cento per cento della popolazione in grado di leggere e scrivere, Cuba raggiunge uno dei più alti tassi di alfabetizzazione nel mondo1 e un periodo medio d'istruzione di 8,9 anni. Tassi così alti per quanto riguarda il capitale umano potrebbero far pensare ad un elevato livello di adozione di internet, di converso invece Cuba presenta uno dei tassi più bassi di connettività2. Altri governi autoritari in condizioni economiche simili, come la Corea del Nord e il Laos3, hanno tentanto di regolamentare la rete nei propri paese distaccando i propri cittadini dalla comunità internet globale4 o offrendo condizioni sfovorevoli per l'utilizzo (il Laos ha uno dei livelli di banda più bassi nel mondo). A Cuba però, nonostante le ottimistiche intenzioni del governo già dal 19965 di fornire a tutti i cittadini cubani informazioni sociopolitiche, economiche e sportive attraverso un rapido percorso di evoluzione tecnologica, la realtà ha evidenziato le difficoltà di un processo lento e in ritardo rispetto ad altri paesi che pure non godono di condizioni politiche e geografiche favorevoli per la diffusione della rete6. Nel 1998 Cuba contava solo su di una connessione satellitare a 64-kbps7. Nel 2005 solo 3.3 su 100 cubani possedevano un PC8. Nel 2006, circa 190,000 cubani (il 2% della popolazione) erano utenti internet, un utilizzo che è approssimativamente un tredicesimo di quello di Costa Rica e ai livelli di Uganda e Sri Lanka9. Dieci anni dopo (2006) le dichiarazioni di Fidel Castro10 ancora non ci sono stati cambiamenti drastici: una connessione satellitare a 65 Mb/s in upload e 124 Mb/s in download serviva l'intero paese e gli 11 milioni di abitanti11. Nel 2007, in seguito alle prime liberalizzazioni di Raul Castro, gli utenti internet sono arrivati ad essere il 16% della popolazione (ai livelli dello Zimbawe12), nonostante persistano pene e restrizioni molto rigide e nella maggior parte dei casi l'accesso sia ristretto ad aree specifiche di competenza13. Notizie positive si prospettano invece per il futuro, dal momento che il cavo di fibra ottica proveniente dal Venezuela dovrebbe arrivare a Cuba nel primo semestre del 201114, anche se le comunicazioni ufficiali cubane15 riportino che solo una ristretta minoranza potrà goderne dei benefici, mentre il resto del paese utilizzerà sempre la stessa connessione satellitare attiva.           L'utilizzo di un singolo satellite e la conseguente lentezza di connessione sono indicati dal governo cubano come conseguenze dell'embargo don gli Stati Uniti16. Secondo il regime infatti le sanzioni tra gli Stati Uniti e Cuba non permettono di collegarsi a un cavo di fibra ottica istallato a soli dodici miglia dalla costa del paese, che deve quindi affidarsi a costosi uplink attraverso paesi dome Cile, Brasile e Canada. Tale condizione si riflette poi sui proibitivi costi di accesso per i cubani che si collegano legalmente ad internet17. L'embargo, inoltre, complica l'acquisto di componenti hardware americane che faciliterebbero le connessioni ad internet18. Nonostante il governo cubano tenti di incolpare il bloqueo19 e l'Impero (gli Stati Uniti come simbolo del capitalismo) per mantenere i cubani lontani da internet, la verità è che lo stesso governo norma e controlla rigidamente l'uso che se ne fa e le modalità di accesso. Le connessioni private sono pressoché vietate, salvo per alcuni casi particolari (generali, residenti stranieri, istituzioni religiose), a costi proibitivi anche per alcuni che potrebbero averne accesso e solo in seguito a richieste ben motivate20. Per accedere legalmente ad account di posta elettronica o ad internet, la maggioranza degli utenti cubani deve recarsi in luoghi di pubblico accesso (centri ETEC SA o hotel di lusso a l'Havana). In questi luoghi però bisogna spesso attendere a lungo in coda, oltre a fornire il proprio passaporto o documento di identità all'ingresso perché venga annotato su dei registri e pagare 6.00 USD/h, circa metà del salario medio di un cubano. A causa di costi così cari, la maggior parte dei cubani che ne ha la possibilità (quelli che lavorano per i ministeri, gli ospedali, le università, sedi di aziende straniere, aziende con relazioni internazionali, istituzioni religiose) preferisce accedere attraverso intranet nazionali, anche se spesso a condizioni di banda ed accesso molto più sfavorevoli21. Al contrario dei cubani, ai turisti risulta maggiormente accessibile internet, dal momento che possono accedere dagli hotel e da certi internet cafè, se non altro perchè possono permettersi il costo del servizio. Per esempio, l'Hotel Palco a l'Havana offre 24h di accesso a internet in camere private per 10 USD, anche se l'offerta è ristretta ai turisti, i cittadini cubani non possono accedervi. Rispetto alle costose connessioni legali esistono alternative illegali, anche se tecnologicamente difficili da realizzare e pericolose per gli effetti che potrebbero susseguirne, visto soprattutto che il rischio di essere scoperti è enorme22. Il mercato nero dell'accesso a internet è venduta da cubani con account approvati a quelli che non hanno i mezzi o i permessi per accedervi23. È possibile altrimenti cercare di ottenere un account da impiegati o tecnici dell'impresa (ETEC SA) che si occupa della fornitura. La condivisione di un account è un altro metodo per ottenere un'e-mail senza essere approvati. In genere la condivisione24 è effettuata con account stranieri (yahoo, gmail, hotmail...) ed è possibile anche se solo una persona è stata approvata, o attraverso l'approvazione comprata da prestanomi autorizzati25. Nonostate l'iniziale dichiarazione di Fidel Castro che definiva l'accesso a internet un “diritto fonamentale” di tutti i cubani, il regime, da quando internet è diventato pubblico nell'ottobre del 199626, ne ha sempre ristretto l'accesso. Nel giugno del 1996 infatti, il Comitato Esecutivo del consiglio dei ministri cubano approvava il Decreto Legge 209 che regola lo sviluppo di internet a Cuba. Il decreto legge 209 mette l'accento sull'importanza di “politiche e strategie” per la rete perché siano in linea con la cultura del paese, i propri bisogni per lo sviluppo e l'”interesse per la difesa nazionale e la sicurezza”27. L'articolo 13 del decreto legge 209 riporta che “per assicurare che i principi presenti in questo decreto siano rispettati, l'accesso ai servizi del world wide web saranno selettivi” (Decreto No. 209/1996 Sobre el acceso de la Repúlica de Cuba a Redes de Alcance Global). In questo modo il governo cubano pose dal principio una forte restrizione all'accesso e all'uso della rete. Il decreto legge 209 discute la prioritizzazione dell'eleggitbilità degli aventi diritto all'accesso menzionati con l'articolo 13. L'articolo 12 dice:   Le politiche della rete saranno progettate in dipendenza degli interessi nazionali. La priorità della connettività sarà data agli individui legalmente riconosciuti e alle istituzioni considerate più rilevanti per il benessere e lo sviluppo del Paese. (Decreto No. 209/1996 Sobre el acceso de la Repúlica de Cuba a Redes de Alcance Global).   Gli “individui legalmente riconosciuti e alle istituzioni considerate più rilevanti per il benessere e lo sviluppo del Paese” a cui il decreto legge 209 fa riferimento nella Sezione III, corrispondono agli intellettuali filogovernativi (non dissidenti o anti rivoluzionari), a ricercatori e giornalisti governativi, allo staff di compagnie con forti relazioni internazionali e ad imprese informatiche28.   Il governo cubano inoltre applica la censura su alcuni siti, principalmente quelli erotici (che vanno contro la cultura e la morale del paese), quelli terroristici e xenofobi (tra cui rientrano anche quelli politici/informativi non filogovernativi anche se non detto espressamente)29. Dall'Hotel Palco è impossibile per esempio collegarsi a www.hermanos.org, il sito internet dei Brothers of Rescue (trad. fratelli del salvataggio), un'organizzazione anti castristista con sede negli Stati Uniti che si propone di realizzare attività umanitarie ma che è stata accusata dal governo cubano di essere collegata ad attività terroristiche30. Un altro esempio è l'accesso negato per www.democracia.org, un sito internet dove si chiede il rilascio di Oscar Elias Biscet, un fisico dissidente cubano condannato a 25 anni perchè accusato di collaborare con il governo statunitense per sovvertire il regime31. Oltre a bloccare siti potenzialmente pericolosi per la “sicurezza e la difesa della cultura del paese”, il governo cubano monitora tutte le e-mail inviate dai punti di accesso pubblici. Presso gli internet point del Correos de Cuba, gli utenti devono segnare il proprio nome ed indirizzo all'entrata32. Tutto il traffico delle e-mail passa infatti attraverso l'unico ISP disponibile, controllato direttamente dal governo, che ha predisposto un filtro che controlla i termini digitati e nel caso siano sulla blacklist (es. nomi di dissidenti)33 visualizza un messaggio pop-up che senza alcuna notifica chiude il browser34. Per impedire ai dissidenti di fornire informazioni a testate straniere, il regime vieta a giornalisti non riconosciuti (non filogovernativi) di accedere ad internet legalmente, attraverso appunto il controllo all'entrata negli internet point. Per esempio nessuno dei diciassette giornalisti che lavorano per l'agenzia di stampa Cubanac N (la più famosa agenzia di giornalisti indipendenti di Cuba) ha il permesso di entrare in questi cafè per inviare i propri elaborati oltreoceano o negli Stati Uniti. Per comunicare con editori stranieri si trovano costretti a dettare gli articoli per telefono, a costi di chiamata esorbitanti (10 pesos covertibili per 5 minuti, più o meno 10 €)35 che nonostante sia molto più lento e dispendioso è sicuramente più sicuro. Nel 2006 ci furono ventiquattro giornalisti indipendenti incarcerati, con condanne fino a ventisette anni di carcere. Durante i processi, l'accusa si è concentrata sulle loro attività sulla rete riguardanti la pubblicazione di articoli su siti statunitensi che minavano la sicurezza del paese. Inibendo la libertà di comunicazione di giornalisti indipendenti il regime impedisce che le informazioni escano dal paese. La politica castrista di accesso selettivo alla rete aiuta il governo a mantenere un controllo centralizzato sul paese. Nel 1996 al World Economic Forum, nel suo discorso intitolato “Dichiarazione d'indipendenza del Cyberspazio”, John Perry Barlow, il cofondatore dell'Electronic Fronteir Foundation, espresse chiaramente il concetto di come internet averbbe reso la sovranità nazionale obsoleta, diminuendo il potere e il controllo dello stato sul cittadino per quanto riguarda l'accesso alle informazioni36. In regimi repressivi, internet può permettere ai cittadini di acquisire consapevolezza sulla realtà sociale, economica e politica degli altri paesi e può facilitare così un processo di cambiamento37. Per esempio con le elezioni del 2009 in Iran ha giocato un ruolo fondamentale twitter38 per la divulgazione e il reperimento delle informazioni39. Il governo cubano, con il suo stretto controllo sopra la rete, mantiene quindi maggior controllo sull'esposizione delle informazioni ai suoi cittadini e sulla potenziale influenza delle informazioni provenienti dall'estero. Internet è considerato un importante strumento per lo sviluppo della democrazia dal momento che fornisce ai cittadini potenti mezzi di comunicazione di massa40. Così come la rete fornisce canali per una libera espressione e un libero scambio di idee, l'accesso non ristretto rafforza i valori e gli standard democratici di un paese41. Conversamente ad altre forme di teleomunicazione internet è un medium che permette a ciascun utente di inviare informazioni a qualsiasi destinatario e ricevere informazioni da mittente o fonte, benché internet non rientri comunque tra i mezzi che supportino un controllo centralizzato42. Secondo LaKindra Mohr, della Johns Hopkins University, le restrizioni alla rete “possono non solo nascondere, ma eliminare il ruolo di internet per il proliferare di sottoculture ai fini di un cambiamento politico”43. Sebbene la situazione descritta disegni un contesto in cui internet non sembra avere molto spazio all'interno della socità coubana, sembra che per il futuro si aprano degli spiragli importanti per un'adozione massiva, visto anche i grandi cambiamenti in atto all'interno della società e nella cultura cubana44.               1ONI 2007, http://opennet.net/sites/opennet.net/files/cuba.pdf 22006      Information Technology Adoption and Political Regimes.  International Studies Quarterly (with Frank Westhoff). p.926 3The Internet and state control in authoritarian regimes: China, Cuba and the counterrevolution (originally published in August 2001), Shanthi Kalathil, Taylor C. Boas (http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/1788/1668) 4 Corrales and Westhoff, Information Technology Adoption and Political Regimes. 2006:925 5Decreto Legge 209, giugno 1996 6Geography matters: Mapping human development and digital access Stephanie Birdsall, William Birdall (http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/1281/1201) 7ONI 2007, http://opennet.net/sites/opennet.net/files/cuba.pdf 8ONI 2007, http://opennet.net/sites/opennet.net/files/cuba.pdf 9Unesco Institute for Statistics 10 Patrick Symmes, “Che is dead,” Wired, http://www.wired.com/wired/archive/6.02/cuba.html 11ONI 2007, http://opennet.net/sites/opennet.net/files/cuba.pdf 12Unesco Institute for Statistics 13http://news.bbc.co.uk/2/hi/americas/3425425.stm 14MES, http://intranet.mes.edu.cu/index2.php?option=com_content&t 15Granma, http://www.granma.cu/espanol/cuba/3noviem-desafio.html 16http://www.juventudrebelde.cu/cuba/2006-11-02/estados-unidos-bloquea-internet-en-cuba-l 17ONI 2007, http://opennet.net/sites/opennet.net/files/cuba.pdf 18http://www.juventudrebelde.cu/cuba/2006-11-02/estados-unidos-bloquea-internet-en-cuba-l 19Trad. embargo 20http://en.rsf.org/cuba-minister-blames-us-embargo-for-low-13-02-2007,20999.html 21http://en.rsf.org/cuba-going-online-in-cuba-internet-19-10-2006,19335.html 22http://en.rsf.org/cuba-going-online-in-cuba-internet-19-10-2006,19335.html 23http://news.bbc.co.uk/2/hi/americas/3386413.stm 24I messaggi non vengono realmente inviati, ma vengono salvati tra le bozze, in modo che non rimanga traccia delle comunicazioni all'infuori dell'account condiviso. 25http://en.rsf.org/cuba-going-online-in-cuba-internet-19-10-2006,19335.html 26 Patrick Symmes, “Che is dead,” Wired, http://www.wired.com/wired/archive/6.02/cuba.html 27Decreto Legge 209, giugno 1996 28http://en.rsf.org/cuba-going-online-in-cuba-internet-19-10-2006,19335.html 29http://news.bbc.co.uk/2/hi/technology/5024874.stm 30http://news.bbc.co.uk/2/hi/technology/5024874.stm 31http://news.bbc.co.uk/2/hi/americas/2938041.stm 32http://en.rsf.org/cuba-going-online-in-cuba-internet-19-10-2006,19335.html 33ONI 2007, http://opennet.net/sites/opennet.net/files/cuba.pdf 34http://en.rsf.org/cuba-going-online-in-cuba-internet-19-10-2006,19335.html 35http://en.rsf.org/cuba-going-online-in-cuba-internet-19-10-2006,19335.html 36 Open Networks, Closed Regimes: The Impact of the Internet on Authoritarian Rule (Forward), Shanthi Kalathil, Taylor Boas, 2000 (http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/1025/946) 37The Internet and state control in authoritarian regimes: China, Cuba and the counterrevolution (originally published in August 2001), Shanthi Kalathil, Taylor C. Boas (http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/1788/1668) 38www.twitter.com 39http://news.bbc.co.uk/2/hi/middle_east/8505645.stm 40 Geoffry L. Taubman, Keeping Out the Internet? Non-Democratic Legitimacy and Access to the Web (http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/984/905) 41 Volume 27, Number 2, Summer-Fall 2007, Mohr, LaKindra. Of Note: State Control of the Internet Reins in Cuba's Future 42 Keeping Out the Internet? Non-Democratic Legitimacy and Access to the Web Geoffry Taubman (http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/984/905) e Open Networks, Closed Regimes: The Impact of the Internet on Authoritarian Rule (Forward), Shanthi Kalathil, Taylor Boas, 2000 (http://firstmonday.org/htbin/cgiwrap/bin/ojs/index.php/fm/article/view/1025/946) (http://bit.ly/hRMVKX) 43 Volume 27, Number 2, Summer-Fall 2007, Mohr, LaKindra. Of Note: State Control of the Internet Reins in Cuba's Future 44Proyecto de Lineamientos de la política económica y social (http://www.cubadebate.cu/wp-content/uploads/2010/11/proyecto-lineamientos-pcc.pdf) http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/internet-a-cuba Forum digitale http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/forum-digitale Social media, marketing conversazionale, brand, buzz, facebook, twitter, buzz, twitter, linkedin, metriche, numeri, misurare, cravatte, buzz, multicanalità, buzz, pmi, turismo, twitter, aziende, social, buzz, corporate, ragni, serpenti, scorpioni e buzz zanzare. Ecco una versione rivisitata del patto prima di entrare nella foresta di sherweb fatta dai comunicatori dai capelli bianchi al forum digitale di mercoledì. Se l'Italia è indietro allora sono gli italiani a essere indietro. La mia opinione rapida sul perchè? Eccola, la trovate in quella fetta piccolissima viola: l'università.   Durante il workshop organizzato da wommi*, enrico pozzi ha detto qualcosa di verissimo: in italia ci sono 70 mila studenti di scienze della comunicazione, cosa faranno poi? ma aggiungerei, dove diavolo erano mercoledì? mi sembra un po' povero fargli fare passaparola su facebook o diventare buzz ambassador... Cavolo, 70 mila non sono pochi, 70 mila. Mi è riuonato dentro alla testa anche durante la noiosissima discussione sull'evoluzione del modello di business dell'industria della comunicazione nell'era digitale, dove in realtà chi fa pubblicità tradizionale scopriva il web rimanendo a bocca aperta di fronte a parole come "realtà aumentata" o mettendo 2.0 alla fine di ogni parola per farla sembrare più bella. Outdoor 2.0. Mi immaginavo già (e finalmente) qualcuno che parlasse di adv context aware e invece no, al posto degli striscioni ci sono schermi al plasma. Urca che invenzione. Il problema però è che queste sono le novità introdotte e accettate dalle imprese che fanno advertising. Ho sentito l'intervento abbastanza sconsolato da parte di un ninja (di cui non ricordo il nome, quello ciccio, dai) in cui diceva che in realtà le belle parole che la gente si stava mettendo in bocca parlando di novità, nuovi paradigmi, nuovi approcci, di fatto, sono stronzate (non ha detto stronzate, ma so che l'ha pensato). Un nuovo approccio è quello di approcciare la campagna in modo non convenzionale, smettendo di porsi le domande sbagliate come: si, bello fare viral, ma come lo controllo? (immaginatevi qua la faccia sconsolata del ninja) Mi è piaciuta invece molto la discussione su i Social media per il marketing di oggi: i benefici tangibili del contatto diretto, anche se avrei un po' di domande da rivolgere ai relatori, che non sono riuscito a piazzare durante il dibattito. Mi dispiace infatti sempre che a comunicare siano sempre i soliti. Io ci ho provato, per quanto ho potuto, a sfruttare gli schermi in sala, dove venivano proiettati random i twit taggati #fd10tag e spero che per qualcuno la cosa sia stata di ispirazione. Ma per non lasciar perdere l'occasione di riflettere su degli spunti interessanti nati proprio dalla conversazione parallela a quella in sala svoltasi su twitter, riporto alcune tra le domande più interessanti, che spero possano essere motivo di ulteriore dibattito. Come misurare qualitativamente e quantitativamente le campagne sui social networks? Chi e come, all'interno delle aziende e delle PMI dovrebbe dedicarsi dei social networks? Ci libereremo mai delle presentazioni in power point? Domanda jolly: impareremo (mi ci metto anche io per non sembrare troppo stronzo) a fare delle belle presentazioni? Quando riusciremo a far capire che è il contenuto della scatola che deve essere di qualità e non solo la scatola? Insomma social network x tutti? Qualsiasi azienda, qualunque prodotto e target? Piccole, medie e grandi aziende? PMI? Come si crea la reputazione? (partendo da zero, grazie tante per l'esempio di ford...) Che equilibrio deve esserci tra on line e off line? In termini di investimenti e risorse, magari sempre pensando di partire da zero. Basta fare marketing on line? Quali sono i limiti? Ma ora le domande interessanti. Dico interessanti perchè ho delle risposte altrettanto interessanti da condividere (e magari anche vendere) alle aziende. Le aziende come devono approcciarsi ai social networks? Cos'è un corporate blog? Come lo si gestisce e lo si promuove? Come riorganizzare l'azienda per comprendere in primo luogo queste dinamiche? Perchè credo che se non si capiscano è inutile cercare di sfruttarle. Mi sembra tutto sommato che ci siano buoni margini per fare del bene all'interno di molte aziende, e la loro presenza al forum indica che anche da parte loro ci sia interesse. Proverò a contattare i più interessanti, visto che i partecipanti sono pubblici ;) Se qualcuno che legge è interessato a collaborazioni o a condividere idee, mi trova su twitter. Ho apprezzato molto quei redattori che spinti dalla curiosità sono riusciti a boicottare l'amato blocco note e iscriversi a twitter, nonostante l'assenza di wireless pubblico non facilitasse la cosa. Spero che prossimamente si possano vedere anche bar camp sulla comunicazione, dove per lo meno si possa intervenire. Cavolo, 70 mila. *cari responsabili di wommi, la prossima volta che organizzate uno stand, non mettete ragazze che se chiedo cosa se ne fa l'associazione dei miei soldi della quota associativa rispondono ci paghiamo le fotocopie per i moduli. **una curiosità, tra tutte le regioni rappresentate dai 1703 partecipanti, manco uno stronzo dal molise :) http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/forum-digitale Prove generali di self tracking http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/prove-generali-di-self-tracking-4738 Dal primo febbraio ho iniziato a monitorare le mie attività in modo scrupoloso, ispirato dai report di feltron (di cui ho comprato due edizioni, che mi devono ancora arrivare tra l'altro) con lo scopo di conoscermi e capirmi meglio. Ma anche per farmi conoscere poi di più dalle persone che mi stanno intorno: l'idea è di farlo tramite degli infographics. Quante ore dormo? Quanti caffè bevo? Quante birre? Quanti km faccio ogni giorno? Che luoghi frequento? Quante persone incontro? E con quante sono in relazione tramite la rete? Quanto spendo? E altre domande che avranno delle risposte a suo tempo. Interessante? Non lo so, lo faccio appunto per scoprire se le risposte saranno interessanti :) Ora, passata poco più di una settimana posso fare qualche considerazione: sono riuscito a essere costante nel monitoraggio, che era la cosa che mi destava più dubbi prima di cominciare; ho incontrato 49 diverse persone (avrei detto molte di più), 87 in tutto contando incontrate, web e telefono; ho bevuto 13 caffè; 4 birre e ho viaggiato per un totale di 415 km, dormendo in media sette ore e mezzo. Tutto ciò mi sembra molto interessante per conoscersi meglio. No? Non ti ho fatto venir voglia in qualche modo di tener traccia anche tu di quello che fai? Sto tenendo traccia di queste cose con un excel su google docs, in modo che possa accederci da ovunque. Ci sono diverse applicazioni web che permettono di fare self tracking, ma è la soluzione più flessibile che ho trovato. Magari prossimamente svilupperò un'applicazione anche io, in modo da tener traccia. Insomma, vedremo. http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/prove-generali-di-self-tracking-4738 La vita, la morte e lo spam http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/la-vitala-morte-e-lo-spam verremo mangiati dallo spam: ecco cosa succederà ai nostri profili on line quando non ci saremo più. E se vogliamo grazie alla pubblicità in qualche modo continueremo a vivere. Dopo tutto il tempo in termini di attenzione (o lavoro per chi la fa anche) che ci ruba, ci prenderà anche la nostra anima. Lo spunto per questa riflessione mi è venuto quando è venuto a mancare il padre di un mio amico d'infanzia, visto che il suo profilo di facebook continua a vivere. In molti, probabilmente abituati all'idea di inviare tutto a tutti continuano ad invitarlo ad eventi, a scrivergli sulla bacheca, a fargli gli auguri di buon anno... E ovviamente non mancano link di spammer che hanno trovato su questi profili il proprio paradiso. La morte on line, sembra comunque trovare dei propri spazi, se pensiamo che esiste un social network per i morti: http://www.funeras.it/ dove I defunti , che riposano nel cimitero virtuale, hanno uno spazio riservato alla loro memoria dove parenti,amici e conoscenti condividono il dolore con condoglianze, dediche, messaggi commemorativi, foto e video. La morte come speculazione insomma. Ma non è solo questo, on line possiamo continuare a vivere ancora. Penso per esempio all'esperienza di quel ragazzo che qualche anno fa programmò il suo suicidio raccontando i vari preparativi e tentativi e che poi si tolse la vita per davvero. “Mentre leggete questo post, se tutto è andato bene, io sono già morto e sepolto". Ecco come continuava a scrivere sul suo blog, grazie a un post programmato, tempo dopo la sua morte. E' una sorta di nuova forma di immortalità quella che ci concede il web, dove continueremo a esistere, almeno finchè lo spam non soffocherà anche la nostra vita on line o l'eccesso di informazione renderà così insignificante la nostra presenza da renderla comodamente dimenticabile. La morte sta perdendo ogni sorta di sacralità e rispetto? Sta diventando parte della routine, delle cose che succedono ogni giorno? Sta diventando più sexy? O comunque, sta cambiando? http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/la-vitala-morte-e-lo-spam Crowdsourcing http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/crowdsourcing-4714 Mercoledì sono stato a un'interessante conferenza con a tema il crowdsourcing all'iulm (tagliando la testa al toro tra dibattito tra lo iulm e la iulm :)), tenuta da Andrea Genovese di 7th floor. A discutere intorno ad un affollato tavolo c'erano Marco Lombardi (Young & Rubicam), Paolo Iabichino (Ogilvy), Mirko Lalli (Fondazione Sistema Toscana), Giovanna Manzi (Bestwestern Italia), Alessandro Cappellotto (Zooppa) e con diversi interventi da parte di Bootb, Zanox, Microsoft ed altri volti noti nasconti tra la folla. L'argomento principale: esperienze di crowdsourcing. Il Master in Tourism Management de l'IULM ha raccontato la storia del proprio logo realizzato grazie a bootb, e le altre aziende presenti hanno raccontato la loro. Ne sono emerse delle interessanti osservazioni sul fenomeno. Intanto per inquadrare il fenomeno pensiamo al crowdsourcing come una piattaforma che aggrega da una parte le aziende, con i loro bisogni di comunicazione e dall'altra i creativi, pronti a soddisfarle. Un brand del caso pubblica un brief, con l'aiuto del gestore della piattaforma (bootb, zooppa, crowdspring o altri ancora) e i creativi pubblicano più o meno pubblicamente le proprie proposte (loghi, video, idee per campagne, layout...). La piattaforma si fa in qualche modo garante che le idee non vengano prese indebitamente e fa in modo che il vincitore riceva il premio pattuito (tenendosi una parte per il disturbo). Crowdsourcing non vuol dire solo questo: tutti i software open source nascono dalla partecipazione condivisa e per lo più a titolo gratuito dei membri delle varie community (linux, wordpress, drupal...), i video caricati su youtube, le recensioni ai film da parte della gente, le previsioni collettive e altri fenomeni ancora rientrano all'interno del crowdsourcing e della wikinomics. Al convegno Paolo di Ogilvy dichiara che per lui tutti questi marketplace di creativi sono dove va a cercare le persone con cui lavorare. Non è quindi del tutto vero, come evidenziava un partecipante dal pubblico, che queste piattaforme di fatto schiavizzano una parte di creativi che è vittima di questo mercato del prezzo più basso. Ci sono delle occasioni in cui queste persone che partecipano non ambiscono solo al premio, ma anche a farsi vedere, a confrontarsi se non con altri, con se stessi, come dichiara il vincitore del concorso per il logo del master in turismo dello iulm. Lui infatti il creativo non lo fa di professione, per lui è solo un hobby. Dopo il racconto di Giovanna di Best Western, Paolo trova ancora modo di sottolineare come un approccio più agenziacentrico sia preferibile: avete messo nel brief che i creativi dovessero dormire almeno una notte in albergo da voi? Questo per sottolineare che anche se partecipati, questi brief debbano rispettare le buone norme in genere richieste quando invece ci si risolve alle agenzie. Alessandro di Zooppa invece sottolinea il vero senso della community dietro a questo fenomeno: zooppa infatti, al contrario di bootb ha un approccio più aperto e rivolto ad aggregare e coinvolgere tutti i partecipanti ai propri brief e le persone di cui si occupa lui, in qualità di community manager, sono tutte quelle che in realtà i contest non li vincono, ma che sono il vero valore del sito, nonchè del suo successo. Marco di Y&R va meno sul sottile e dice un forte no alla concezione di questo fenomeno come antagonista alle agenzie di comunicazione: non dobbiamo mettere a sistema il crowdsourcing, nè dobbiamo parlare di nuovo paradigma, il fenomeno è buono per quelli che in televisione sono i "mid night movies", pessimi film a basso costo, con bassi budget, ma da cui a volte emergono capolavori come Eraserhead di Lynch. Il crowdsourcing come "mid night advertising". A mio avviso però, la parte più interessante è stata quella introdotta da Mirko Lalli, per la regione Toscana: l'approccio di un'amministrazione pubblica in modo così partecipato, con un capitolato aperto e il coinvolgimento delle agenzie interessate già a livello di brief è una strategia utile, funzionale e molto interessante, che spero venga adottata anche da italia.it e da altre realtà pubbliche. Peccato però, che nonostante gli spunti per la partecipazione e il dibattito, il tempo a disposizione del pubblico sia stato pressochè nullo, giusto gli ultimi dieci minuti "per evitare che poi in rete dicano che non abbiamo fatto parlare la folla" e un approccio più orizzontale, dove per esempio l'ultima parola non dovesse per forza spettare a chi era seduto in cattedra. Avrei preferito un'organizzazione meno di parte e più partecipata insomma (qualcuno ha detto barcamp?), ma visto che iniziative di questo tipo non ci sono spesso bisogna comunque fare i complimenti a tutti per l'evento. Non mi sono piaciute invece le trattenute a quelli che (giustamente) finita la conferenza volevano anche risparmiarsi le premiazioni agli alunni del corso dell'iulm e il pessimo discorso di un responsabile di Microsoft (che benchè lui ne dica, non ha dinamiche di crowdsourcing) in seguito a un racconto strappa lacrime di un genitore di un dipendente microsoft morto per leucemia che raccontava di quanto fosse umana Microsoft... Bilancio tutto sommato positivo, ci vediamo al prossimo incontro. http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/crowdsourcing-4714 UX e password http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/ux-e-password Ho realizzato dei corsi a degli anziani all'uso primario del web (ricerce e e-mail) e ho imparato un sacco di cose utili a capire i processi mentali nelle teste degli utenti. (oltre a ridere anche un po' per dei punti di vista completamente diversi dal mio). E' un esperienza interessante che consiglierei a chiunque si trovi a progettare o sviluppare applicazioni per gli utenti. Certo, si possono fare sempre test di usabilità, ma facendo corsi si impara e si è remunerati :) Quello che mi ha colpito di più delle persone a cui tenevo il corso è la totale mancanza di una sensibilità verso la sicurezza on line dei propri profili, che siano e-mail, facebook, ebay... Il che è una cosa molto grave dal mio punto di vista. "Anche se qualcuno prende la mia password tanto che può farci?" era la giustificazione più accreditata, seguita a ruota "Ma poi come me la ricordo un'altra password?". E' dilagante il fenomeno di utilizzare la stessa password su tanti servizi diversi, anche se ovviamente non è il massimo della sicurezza, visto che una sola password apre tutto il nostro mondo a chi la scopre. Ma fin qui basterebbe non divulgarla e sperare di non utilizzare 123456, 123456789, 0000, abcde, password o il nostro nome visto che sono le prime password che qualcuno che cerca di rubare la vostra password farà. In questo caso non vi salverà nemmeno il vostro "cuore" o il vostro "dio" (e nemmeno il "papa"). Il vero problema, dal mio punto di vista, nasce quando per il recupero della password esistono dei meccanismi come quello di hotmail, dove basta rispondere alla "domanda segreta" che però può essere scelta da una lista limitata e banale di domande. Di fronte a una schermata del genere sarà facile per chiunque un po' sveglio, o qualcuno che vi conosce rispondere alle domande. Ormai con servizi come 123people o facebook è facilissimo sapere dati personali delle persone. E in genere le risposte segrete si possono anche facilmente tirare a indovinare. Quanti sanno questo "trucco"? beh, l'ispirazione di questo articolo mi è venuta vedendo un video su youtube con migliaia di visite...   http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/ux-e-password Il "costo zeta" del lavoro sul web http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/ilcosto-zetadel-lavoro-sul-web E' da un po' di tempo che mi capita di avere a che fare con dei clienti o con delle persone che gestiscono progetti web e vedere situazioni in cui si lavora dove il brief non è chiaro o cambia in corso d'opera o step approvati con leggerezza vengono poi rivalutati più avanti nel progetto. Insomma, per un motivo o per l'altro si perde un sacco di tempo per spiegare a delle persone non esperte il perchè e il percome di certe scelte, e ancora e ancora. E ancora. E' da queste constatazioni che sono arrivato a ideare quella che ho definito tecnica del "costo zeta", in attesa di elaborare un nome più credibile. Si tratta in sostanza di inserire in fase di preventivo tra i costi il fantomatico "costo z" che in realtà non corrisponde a nessun tipo di lavoro particolare. Il committente sveglio ti chiederà il motivo di tale costo e lo si toglierà. Il cliente meno brillante non obbietterà nulla. Non si tratta di una truffa disciminando i committenti più sciocchi, ma di un rimborso spese per il tempo che ti faranno perdere a spiegargli le cose, a rispiegargliele e a rifare cose già fatte, che non piacevano all'inizio ma che poi piacevano di più della seconda scelta. Non l'ho ancora sperimentato, ma mi sto ripromettendo, alla prima occasione e trovato un nome più credibile di costo z. Suggerimenti? http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/ilcosto-zetadel-lavoro-sul-web Newsletter UX [parte 2] http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/newsletter-uxparte-2 Nel progettare una newsletter bisogna considerare per prima cosa il contesto in cui  le e-mail sono lette: outlook e altri software per la gestione della posta in primo luogo. Prendiamo per esempio Outlook Express e una risoluzione di 1024x768, fresco di installazione e verosimilmente simile alle impostazioni di chi nel 210 sta ancora usando outlook express (vedi anche: quelli che non hanno scoperto che possono aumentare l'area di lettura). Lo spazio a disposizione è evidentemente diverso da quello di una pagina web. Tenendo conto che molti utenti utilizzano il programma senza massimizzare la finestra possiamo anche considerare che non ci siano standard di larghezza. Per quella che è la mia esperienza a riguardo gli utenti sono più portati perlomeno a leggere le e-mail quando sono solo testo. Nel caso di DEM credo proprio che possano convertire i più testi ben scritti, piuttosto che immagini accattivanti. Il motivo è semplice: spesso le immagini non sono caricate, o prevedono un intervento dell'utente per visualizzarle. Questo brillante articolo, anche se un po' datato (ma visto che i programmi di posta più usati sono anche i più datati...), fa un buon resoconto dello stato dell'arte su immagini e e-mail. Riporto qua le tabelle riassuntive. Con questo non voglio dire di non usare del tutto immagini per le DEM, ma credo che chi progetta queste campagne o i software che vengono utilizzati debbano essere consci di queste osservazioni. Ad inviare e-mail infatti sono spesso persone a basso profilo di esperienza del web o delle caratteristiche tecniche del web. Purtroppo però per quello che ho visto nella mia esperienza lavorativa, a progettare newsletter, DEM e simili nelle agenzie sono spesso web designer junior che non hanno magari ancora un approccio analitico al proprio lavoro. Ecco quindi per tutti, sacri e profani del web una sporca lista di linee guida da considerare quando si mandano DEM e newsletter. Andate dritti al punto — Dove gli utenti leggono le mail è un posto affollato. Il tempo per decidere se una mail è degna di lettura è inferiore al secondo e dipende totalmente dall'oggetto. Quindi... Assumete un copywriter (o fatevene uno amico) — Not only do you need to have permission to email people, but it helps to remind them of how they gave you permission, as specifically as you can. La rilevanza prevale sempre sul permesso — Anche se non si parla di DEM, ma di newsletter, fate in modo che il contenuto sia sempre rilevante tanto da non far cercare il link per cancellarsi. Se il link per disiscriversi non è facile da trovare... Fate in modo che sia facile disiscriversi — Non abbiate paura di perdere utenti, preoccupatevi dei contenuti piuttosto. E' comune che le immagini vengano bloccate — Non fate troppo affidamente sulle immagini per il contenuto, usatele per le emozioni. Se usate le immagini... Inserite un'alternativa testuale alle immagini — Così le immagini bloccate continueranno a contribuire al messaggio Utilizzate le tabelle! — La struttura delle tabelle è spesso necessaria per mantenere ordine cross-mailsoftware. Garantite l'accessibilità solo quando necessario (in italia solo se siete una pubblica amministrazione, in cui consiglierei solo testo per le mail). Utilizzate gli stili in linea — Gmail non considera nient'altro. Considerate la legge — Negli Stati Uniti è obbligatorio è la legge CAN-SPAM, considerate comunque di non star facendo niente di illegale. Cercate su google prima, per dio! Test, test, test — Qualsiasi cosa decidiate di fare, considerate l'idea di testare i risultati in modo da essere confidenti con il vostro lavoro.   http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/newsletter-uxparte-2 Newsletter UX [parte 1] http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/newsletter-uxparte-1 Le newsletter sono un potente mezzo per tenere i contatti con i propri clienti o per acquisirne di nuovi. Dal punto di vista dello sviluppo però spesso si tiene in considerazione poco l'utente finale: l'importante è che la mail venga recapitata, poi che magari a volte sia poco leggibile "è normale". Nel valutare diversi feature da implementare all'interno di un servizio di gestione newsletter mi sono imbattuto in una brillante guida offerta da Campaign Monitor che riporto qua di seguito. In questo report si evidenziano gli elementi supportati dai principali strumenti utilizzati dagli utenti per leggere la propria posta. In termini di UX per l'utente credo che sia fondamentale avere queste informazioni. E se sei arrivao a leggere fino qua in fondo ti meriti anche dei fantastici template professionali gratuiti. http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/newsletter-uxparte-1 ui password http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/ui-password Da quando Jackob Nielsen ha detto di smetterla di mascherare le password (******) sono state proposte diverse soluzioni per risolvere il problema. Io credo che risponda a verità il fatto che digitare le password senza vedere cosa si scrive possa portare a degli errori, specialmente poi se si tenta a memoria di correggerle. Credo però che sia fondamentale non rivelare le proprie password quando per esempio si sta compilando un campo in presenza di altre persone, a cui evidentemente non vogliamo comunicare la nostra password (specialmente se utilizziamo sempre la stessa per tutti i servizi che utilizziamo). Il problema sulle password è sicuramente la mnemonicità, la maggior parte degli utenti con cui ho fatto dei test di usabilità confessavano tranquillamente la propria password, giustificandosi con "tanto non ho niente da nascondere". Questo comportamento però porta evidentemente a problemi di sicurezza. Un modo molto gentile per cercare di convincere le persone a usare password almeno con numeri e simboli speciali è questo. Le soluzioni finali ovviamente non esistono, ma un ottimo metodo mi sembra quello adottato da apple. Ma se piegare poi a un anziano il perchè debba esistere una password è qualcosa di fattibile, meno semplice è spiegargli il perchè dei captcha, la cosa meno usabile che l'uomo abbia mai inventato. Per tutto c'è un costo, ma vedere un signore di 70 anni incazzarsi perchè  su gmail qualcuno ha preso il suo nome e ora "può anche far finta di essere lui" non ha prezzo. http://www.davideberardino.it/news/it/dettaglio/ui-password